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01 Nov, 2014
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La lana vecchia diventa fertilizzante

pecora1 Nov 2013.- Nasce nel Biellese, dove la tradizione laniera è storia antica e viaggia di pari passo con il rispetto dell’ambiente. Ma proprio perché sul mondo della lana il distretto piemontese ha costruito la sua fortuna, ora lancia una nuova sfida che va oltre tessuti e filati di alta gamma, dove da sempre eccelle. «GreenWoolf» è un progetto che trasforma la fibra tosata (quella che per gli allevatori diventa un problema di smaltimento oneroso), in fertilizzante. E non solo. Il composto ottenuto, se depositato sui pascoli montani, è in grado di aumentare la capacità del terreno di trattenere l’acqua, riducendo così il rischio di frane e smottamenti.  

«E’ da anni che lavoriamo su questi temi - spiega Claudio Tonin, dirigente di Ricerca del Cnr - L’idea di base è partita da alcune considerazioni: in Europa vivono 120 milioni di pecore che producono 2/3 chili di lana ognuna. L’impiego del materiale tosato è inferiore al 20% e riguarda le fibre più fini, il resto è da smaltire». 

 

E smaltire ha un costo oltre a forti vincoli sul trasporto. Succede quindi spesso che gli allevatori abbandonino la lana nei prati oppure che, nel disperato tentativo di recuperare i costi della tosa, le fibre più belle vengano lavate e vendute. Ma il gioco, è storia nota, non vale la candela. Una volta erano le imbottiture dei materassi ad ammortizzare parte delle perdite, oggi sono i pannelli isolanti usati in edilizia. Niente a che vedere con un vero e proprio profitto.  

«Per utilizzare la lana inoltre occorre lavarla - prosegue Tonin - E questo passaggio inquina moltissimo: la metà del peso è “sporco” da smaltire. Inoltre se la si vende (a prezzi irrisori) incide anche il trasporto. Inoltre l’Europa importa dalla Nuova Zelanda il 20% della carne ovina che consuma. Anche questi sono costi e non solo economici. L’ambiente col trasporto sconta le emissioni di Co2. Con GreenWoolf, abbassando i costi di smaltimento, l’obiettivo è dunque quello di stimolare l’allevamento per diventare autosufficienti riducendo così anche gli effetti inquinanti del trasporto».  

La soluzione è nata dallo scambio delle conoscenze dei ricercatori del Cnr di Biella, specializzati nello studio delle fibre tessili, con le competenze dei colleghi del Politecnico torinese in materia di progettazione e grazie all’esperienza di un’azienda meccanotessile biellese la Obem (specializzata nella produzione di macchinari per l’industria tessile). Finanziato al 50% con 1 milione di euro dalla Commissione Europea, il progetto è stato approvato nell’ambito del programma Life+ 2012, il fondo per l’ambiente dell’Ue.  

Il «miracolo» si compirà così attraverso la realizzazione di un’apparecchiatura ad hoc capace di trasformare la lana in fertilizzante organico a lento rilascio di azoto. Si recupereranno le lane di scarto fin dalla tosa, ma anche i cascami, la lana rigenerata o i capi di abbigliamento a fine vita valorizzando la risorsa con un risparmio di costi di gestione del «rifiuto». 

Il sistema, in via di progettazione, sarà sviluppato nei prossimi 3 anni e permetterà di portare gli impianti direttamente nelle zone di allevamento. La lana sarà trattata con semplice acqua calda attraverso un processo di idrolisi che rompe i legami della proteina e aumenta la velocità di rilascio di carbonio, ossigeno e azoto.  

«Se utilizzata nei pascoli la “polvere” migliora la crescita dell’erba proteggendo suolo e aria con l’assorbimento di anidride carbonica - conclude Tonin - Il progetto è piaciuto all’Europa anche in questo senso è avrà ulteriori ricadute, oltre ai benefici ottenuti dal recupero di materiali di scarto e del loro riciclo, sull’allevamento, sulla formazione di giovani ricercatori e sulla valorizzazione di personale che potrà gestire il nuovo processo industriale».  (La Stampa)

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